“194, diciannove modi per dirlo” è un libro coraggioso e per nulla politicamente corretto, meno male – aggiungo, scritto da Camilla Endrici, edito da Giraldi Editore. Camilla è un anno più piccola di me, classe 1982, ha una formazione filosofica e giornalistica. Vive da qualche anno in una terra che amo tantissimo, il Trentino.
Ha trattato un tema forte, attuale, delicato ma allo stesso tempo crudelmente discusso come l‘aborto.

Camilla Endrici

Tema contraddittorio, non trovate? Se ne fa un gran parlare quando si tratta di questioni etiche, politiche o morali, ma resta un tabù quando invece si tocca le corde della sofferenza, di una donna o di una coppia che affrontano l’aborto per scelta oppure travolte dal fato.

Vi siete mai chiesti che cosa davvero significa la parola aborto?
Io si, perché ci sono passata. Perché anche a me come a tante donne è stata detta la fatidica frase “Signora, la gravidanza si è fermata. Non c’è più battito, dobbiamo intervenire”.
L’etimologia della parola si rifà al termine latino abortus, da ab-orior, letteralmente “venir meno nel nascere, non nascere, morire”; con questo termine si intende dunque la fine del percorso vitale del bambino in utero. Letteralmente aborto significa perduto.

La Endrici ha raccontato diciannove storie, diciannove testimonianze che fanno capire quanta complessità ci sia dietro una scelta o ad un fatto così luttuoso. Si, perché l’aborto è un lutto, per il quale si sta male, ma un male cane anche se per molti, soprattutto per chi non ha avuto un’esperienza di questo tipo, questa sofferenza non è autorizzata, non viene capita.
Camilla Endrici racconta senza giudicare.

194, diciannove modi per dirlo

Io ho iniziato il libro ma non sono riuscita ad andare avanti. Un mio limite. Avrò tempo. Per questo ho chiesto direttamente all’autrice di raccontarci questo testo, doveroso e incredibilmente vero.

Camilla, perché hai sentito l’esigenza di scrivere questo libro, davvero coraggioso ma anche tanto necessario?
Ho vissuto un’esperienza di interruzione di gravidanza e mi sono accorta che in Italia c’è ancora un grosso problema a parlare di aborto. E’ un
problema culturale prima ancora che politico, io credo. O meglio: i due piani si intrecciano. A me più che entrare nel dibattito politico sull’aborto (che poi, va da sé, è una conseguenza) interessava raccontare quelle che sono delle esperienze prima di tutto personali.
Senza giudizio, senza prendere parte, ma cercando di essere il più oggettiva possibile. Penso infatti che il primo passo per una tutela piena del diritto all’aborto, che ricordiamo è sancito da una legge dello stato, sia “normalizzare” questa scelta che non significa, almeno per me, banalizzarla o sottrarle il peso specifico che ha nella vita di una donna. Significa renderla un’esperienza pensabile, di cui poter parlare liberamente. Solo così l’aborto smetterà di essere un diritto a metà, ancora oggetto di discussione. Solo conoscendo e narrando qualcosa si può permettergli di diventare “normale” ed evitare che continui ad essere attaccato.

In Italia, ma anche in altri paese europei, l’aborto è ancora un tabù. Un argomento che vive nel silenzio. Perché secondo te?
Non posso parlare degli altri paesi perché non li conosco abbastanza. Io credo che in Italia sia ancora un tabù fondamentalmente per due ragioni: da un lato la presenza della chiesa e della morale cattolica, anche se dovremmo essere in uno stato laico, è ancora molto forte. Dall’altro, il diritto all’obiezione da parte dei medici credo che crei,
implicitamente, un terreno fertile alla colpevolizzazione, e quindi al tabù. Se devo sottopormi a una procedura che il 60, o il 70, o in certi casi il 90% dei medici non vuole fare, è abbastanza ovvio che io come donna mi senta a priori di starmi muovendo in un terreno al limite del consentito. E anche al livello di immagine pubblica, l’esistenza stessa dell’obiezione di coscienza lascia in un alone di criticità morale la scelta di abortire. L’obiezione non dovrebbe essere concessa, punto.

Che cosa ha significato per te ascoltare tutte le storie, le donne che poi hai raccontato?
Ho vissuto un’esperienza forte e intensa, che mi ha dato tanto. Con tutte le persone che ho incontrato si è creata una profonda complicità, che in alcuni casi è diventata addirittura un’amicizia importante. Credo che ascoltare, e poi scrivere, abbia aiutato molto me a rielaborare il mio percorso; e sicuramente ha aiutato le donne del mio libro, che continuano a ringraziarmi, anche ora che è pubblicato, per la possibilità che ho dato loro di essere finalmente ascoltate.

Che cosa ti hanno lasciato dentro?
Un grande senso di sorellanza ma anche la consapevolezza che noi donne su molte nostre scelte siamo ancora molto sole. Come ha detto durante una presentazione del mio libro Giovanna Covi, che insegna letteratura americana e studi di genere all’Università di Trento, l’emancipazione femminile, nella storia dell’umanità, è davvero successa un attimo fa, “siamo appena uscite dalle caverne”, come dice lei. C’è ancora tanto, tanto da fare.

Legge 194, perché è così difficile applicarla?
Di per sé non sarebbe difficile applicarla. Ovvio però che, come si diceva prima, se gli obiettori sono più dei non obiettori, la scarsità di personale allunga i tempi di attesa, rende necessario a volte doversi spostare dalla propria città o addirittura dalla propria regione per abortire. Allora, può essere più facile ricorrere all’aborto clandestino, con tutti i rischi che comporta.

Un libro che fa riflettere, tutti, indipendentemente dalle proprie opinioni.

Grazie a tutte le donne che hanno voluto raccontare la loro storia: Caterina, Lara, Teresa, Erica, Viola, Selena, Federica, Lia, Marta, Marinella, Bianca, Matilde, Ilaria, Donatella, Grazia, Livia, Sabrina, Francesca e Flora.