Giovedì 11 Aprile.
Sono sul treno, direzione Milano. Sto andando alla Milano Design Week.
Una volta sistemata la mia roba inizio a leggere “Affetti collaterali”, il libro scritto dalla collega giornalista Eleonora Molisani. Scrive per magazine Mondadori. Il libro è edito da Giraldi Editore.
Onestamente, all’inizio i personaggi non mi ispirano fiducia. Forse per gli strani nomi. Ma poi la storia mi prende. Le vite di questi personaggi prendono sempre più consistenza. Sono viscerali.

Affetti collaterali Cover

Il treno è pieno. Ci sono tre uomini accanto a me che parlano ininterrottamente di calcio, di soldi e ancora di calcio. Nonostante sia l’alba, questi già parlano del loro passatempo preferito.
Una donna, invece, parla al telefono, con voce alta e per nulla gradevole. Ma continua a parlare del suo lavoro, credo abbia a che fare con la moda.
Non curanti delle regole di buona educazione che si dovrebbero seguire in treno, sempre e specialmente di mattina presto.

Io continuo a leggere. Le vicende di Nero, Scura e della piccola Ricola, ma anche di Blanca, Manuel e degli altri sono sempre più reali. E più forti. Più toccanti.
A Reggio Emilia piango. I tre uomini vicino a me se ne accorgono e mi guardano. Per un attimo stanno zitti. Ma poi riprendono le loro chiacchiere calcistiche e io la mia lettura coinvolgente.
Arrivo a Milano che il libro è già finito. Proprio a Milano si snodano gli “Affetti collaterali”. Dopo aver letto il libro  mi sembra diversa anche la città.
Eleonora è brava a raccontare, a fare emozionare fino a togliere il respiro.

Come sono nate le storie dei protagonisti del libro?
Essendo una giornalista da quasi 25 anni osservo quello che mi circonda, sento la responsabilità di denunciare, di chiamare le cose con il loro vero nome. La realtà che mi interessa è quella che si annida nell’esclusione, nell’abbandono, nella violenza, nell’ingiustizia, nelle speranze e nelle sconfitte di tutti. Penso che il compito della narrativa sia quello di scavare nelle ferite aperte, personali e sociali; che debba avere un focus morale. Credo nella letteratura di invasione, non in quella di evasione. Come diceva Kafka: “Il libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato dentro di noi”.

I nomi, particolari e illuminanti. Perché li hai scelti così inusuali ma specifici?
“Sono le sfumature di malessere esistenziale. Grigio e Scura, quelli più sfumati, vivono di rimpianti. Non hanno capito nel tempo giusto ciò di cui avevano davvero bisogno, hanno inseguito sogni e velleità e – nel momento dei bilanci – si sono accorti che avevano fatto terra bruciata nelle loro relazioni più prossime e importanti. Nero e Blanca vivono di malinconie, sono gli sconfitti, quelli che si portano dietro un bagaglio di dolore dal quale non riescono ad affrancarsi. Nero ha avuto un’infanzia che ha influenzato tutta la sua vita successiva: una ricerca costante di amore e di attenzioni che gli sono sempre mancati. Poi ci tenevo a inserire nella storia il personaggio di una straniera dal nome luminoso, Blanca: molti migranti economici arrivano da noi con la speranza dell’accoglienza e poi si scontrano con la triste realtà della non integrazione. Rimangono degli invisibili.”

Eleonora Molisani by Alfredo Bernasconi

Un libro che fa riflettere. Storie di coppie moderne in una città, Milano che è uno stato d’animo e che a sua volta si plasma in base agli stati d’animo di chi la vive. Coppie, adolescenti, la non comunicazione ai tempi dei social. Il sacrificio di una figlia che risveglia brutalmente gli affetti.  “Ricola, con il suo grido sordo e inascoltato. Loro, e il loro essere stati poco famiglia e tanto individui”. Sono affettività disconnesse nonostante il mondo oggi sia sempre connesso. Come si può arginare questa deriva della non comunicabilità in amore e in famiglia?
“La vita contemporanea è diventata un deserto di incomunicabilità. E spesso lo diventa, di conseguenza, anche la famiglia contemporanea. Presi da una vita frenetica, inseguiamo carriera, soldi, rivalse personali, conquiste materiali che man mano ci portano lontano da quello che conta. Siamo ormai dei “distratti cronici”, ci sfugge l’essenziale e siamo convinti che ci sarà sempre tempo e modo di recuperare. Invece le cose che contano vanno coltivate come germogli, perché una volta cresciute storte non sempre si possono raddrizzare. Vale per il rapporto di coppia, per quello tra genitori e figli, ma anche per le relazioni umane in generale. Siamo sempre “connessi” ai social ma non siamo connessi ai nostri veri bisogni e ai bisogni di chi amiamo. L’ascolto di noi stessi e dell’altro ormai è una chimera”.

Tra i vari argomenti, nel libro affronti anche la criticità dell’adolescenza. Chi sono gli adolescenti di oggi? Secondo te, ci sono differenze tra il vivere l’adolescenza in una grande città o in provincia?
“L’etimologia è latina, adolescens è “colui che si sta nutrendo”. L’età che prelude a quella adulta è la più tormentata, fisicamente e psicologicamente. E’ in questa fase che più si ha bisogno di ascolto, di attenzione, di guida. A me interessava mettere al centro del romanzo un adolescente contemporaneo lasciato solo in un momento cruciale del suo sviluppo e lacerato da situazione familiare difficile, che non sa come gestire. Un adolescente senza ascolto può diventare insicuro, depresso, solitario, e cercare rifugio nelle abitudini o dalle persone sbagliate, come capita a Ricola. Una situazione del genere si può verificare sia in provincia sia in una metropoli, ma ovviamente rischi e pericoli in una grande città sono più difficili da intercettare e da gestire. E le conseguenze possono essere disastrose, come nella storia che racconto.”

Cosa ti ha lasciato intimamente “Affetti Collaterali”?
“La narrativa, diceva Philip Roth, non è altro che una complessa e camuffata lettera a se stessi. In quello che scriviamo riversiamo parte dei nostri dolori passati e presenti, esorcizziamo le nostre paure, le ansie, le preoccupazioni. Ora che questo libro è altro da me, ora che lo vedo con più distacco, mi accorgo che scrivere per me è passione ma anche una forma di autocura, e che in ogni libro lascio una parte di quel dolore da cui – come diceva anche Ernest Hemingway – scaturisce l’esigenza di versare parole, come sangue, sulla pagina bianca”.