In queste giornate strane, lunghe e rimodellate secondo le disposizioni da lockdown, mi sono chiesta più volte: saremo ancora in grado di stupirci? Saremo ancora capaci di provare quella bellissima sensazione veloce e aperta che è lo stupore?
A queste domande non mi ero ancora data una risposta certa. Ovviamente, pensare positivo fa bene e rende forti. Per cui mi rispondevo si, certo, torneremo a stupirci! Ma non ne ero affatto convinta.
Poi una mia amica e collega, Isa Grassano, mi ha messo al corrente di un talento del sud. Una donna che – secondo Isa – sarebbe una protagonista indiscussa per il mio blog. La mia curiosità mi ha portata virtualmente in Sicilia: una terra lontana, mai esplorata da me. E lì, in quella realtà piena di bellezza e contraddizioni, di orgoglio e pregiudizi, ho ricordato che c’è un modo per tornare a provare stupore nella vita: basta affidarsi alla creatività.

Al di là di tante chiacchiere, stereotipi di genere raccontati da storie, cronaca e letteratura, la Sicilia è donna, e lo è più di quanto noi possiamo immaginare.
L’ho scoperto grazie al talento e alla creatività della catanese Alice Valenti.
Una ex bambina innamorata del gioco e della magia dell’arte – come ama definirsi. Pittrice, artigiana e ricercatrice della tradizione figurativa e iconografica popolare siciliana, Alice ha appreso da un anziano maestro la tecnica della pittura dei carretti. Oggi, attraverso la mia pittura – mi confida –  declino il concetto di “sicilianità” in chiave moderna. Ho all’attivo molte collaborazioni con prestigiose aziende per cui ho realizzato varie collezioni a tiratura limitata, tra cui Averna e Dolce&Gabbana.

Alice Valenti e suoi strumenti da lavoro

Cara Alice, la tua è un’arte preziosa, la pittura, la decorazione, legate alle tradizioni della tua terra. Da dove nasce questa tua capacità creativa?
Dopo una Laurea a Pisa in Conservazione dei Beni Culturali, sono tornata in Sicilia e ho iniziato il mio apprendistato pittorico in un luogo speciale: la bottega di carretti siciliani del Maestro Domenico Di Mauro, ad Aci Sant’Antonio. L’esperienza di bottega è stata un momento formativo davvero importante, sia dal punto di vista pittorico che umano. Il carro siciliano, con il suo imponente apparato decorativo, rispecchia la complessità dell’isola in cui è stato creato: Guy de Maupassant nel 1885 lo definì “un rebus che cammina”.

Che cosa rappresentano per te i carretti e i capolavori che tu dipingi e reinterpreti sotto diverse chiavi di lettura?
Nei lunghi anni di apprendistato presso la bottega del Maestro percepivo lucidamente di trovarmi in un luogo di storica importanza e mi riempiva di orgoglio l’idea di tramandare il patrimonio decorativo del carro tradizionale. È occorso molto tempo per assimilare questo complesso bagaglio, così come è occorso molto tempo per emanciparmene e dare voce alle mie necessità espressive: trovare una strada “oltre” la tradizione, attingere ad essa usando un linguaggio moderno. Credevo di dover continuare il mestiere del mio Maestro, adesso riconosco che è stato un meraviglioso punto di partenza.

A cosa ti ispiri?
Mi entusiasma la rielaborazione delle tematiche folkloristiche e del patrimonio collettivo che ci portiamo tutti dentro, più o meno consapevolmente: le ingenue preziosità dei dolci tipici, le barche di legno di Acitrezza, gli ex-voto, i finimenti dei cavalli bardati a festa. Mi piace rintracciare la trama di un sentimento popolare che vive ancora e restituirlo nelle mie opere pittoriche in una maniera non stereotipata, leggera e ironica.
Sei l’unica donna a portare avanti questa arte. Il futuro del tuo passato è nelle tue mani. Come sarà possibile tramandare alle nuove generazioni non solo l’arte ma anche la conoscenza della tradizione siciliana?
La retorica del passato viene spesso usata per giustificare operazioni di scarso livello nelle quali la tradizione è appiattita, stereotipata, relegata a prodotto da souvenir.
Le tradizioni non sono delle mummie da tenere in vita a tutti i costi, e il carretto è stato per molto tempo relegato nella sfera del fenomeno folkloristico e quindi snobbato dai più. Tirarlo fuori da questo angolo e riconsiderarne il portato storico, sociale e artistico è la strada giusta per rivalutarlo. Si sperperano finanziamenti che invece potrebbero essere usati per creare delle realtà culturali e formative nelle quali l’artigianato locale venga valorizzato, studiato e trasmesso ai giovani in un’ottica lavorativa, proiettandolo nel futuro. Una scuola potrebbe essere una strada percorribile.

Arte siciliana

Essere artiste in Sicilia è un valore aggiunto o hai trovato difficoltà ad affermarti?
Partirei dal fatto che per le donne, in generale, il riconoscimento del proprio valore è una sfida più attuale che mai, sia nel campo dei diritti civili che in campo artistico.
E in Sicilia le difficoltà aumentano. D’altra parte, la ricchezza di stimoli ed emozioni che offre questa terra costituisce un motivo valido per tentare di affermarsi qui.
Non posso esimermi dal chiederti come stai affrontando questo momento difficile a causa del coronavirus. Qual è la situazione nella tua città? Il tuo lavoro ne sta risentendo?
Continuo a lavorare “normalmente” nel mio laboratorio, portando avanti progetti pregressi che mi auguro faranno il loro corso. Ma tutto è cambiato. Mi sento parecchio frastornata dal cambio di prospettiva che si verifica incessantemente dentro di me: un giorno piango per una persona che non c’è più, o per intere famiglie ridotte senza viveri, e quello dopo gioisco per questa calma ritrovata, per la natura che lentamente e inesorabilmente si riprende i suoi spazi perfino qui in città, ricordandoci cosa siamo. Mi piacerebbe se riuscissimo a cogliere la grande lezione di questa crisi, facendone una riflessione in termini di economia sostenibile, solidarietà, coesione sociale, beni comuni, servizi pubblici. Vorrei che i governi lo facessero.
Come vedi il tuo futuro?
Ora più che mai sogno una casetta nel bosco.
Davanti a me una tela bianca, a fianco il mio compagno.