L’ho confidato all’autrice nel corso dell’intervista e lo condivido anche qui: c’ho messo un po’ a riprendermi dopo aver finito di leggere questo libro. È dannatamente bello e toccante. La prima cosa che ho fatto appena girata l’ultima pagina, è stata abbracciare forte mia figlia. Perché mi ha fatto capire che, nonostante le difficoltà quotidiane, siamo fortunate, a differenza di tante creature, piccole e grandi, per le quali la vita obbliga una strada diversa.

Il libro in questione è “Da oggi voglio essere felice” di Valeria Benatti, voce storica della radio più ascoltata d’Italia, edito da Giunti.

Valeria Benatti e il suo libro Da oggi voglio essere felice

Cara Valeria, sei stata delicata e rispettosa, seppur cronista puntuale e a tratti cruda nel raccontare una realtà, quella degli affidi, delle comunità e tutto ciò che riguarda questo mondo, più vicino a noi di quanto possiamo immaginare. Un vero e proprio reportage.
Da dove arriva la tua conoscenza delle comunità che tentano di donare ai bambini strappati alla loro vita famigliare, un futuro diverso?
Ho iniziato a fare volontariato presso il Caf, il Centro Aiuto Famiglia di Milano quattro anni fa, dopo l’uscita del mio libro Gocce di veleno, perché volevo risalire alle origini della violenza e capire se e come si potevano guarire le ferite dei minori. In Gocce trattavo l’argomento della violenza psicologica, e con il Centro Antiviolenza con cui avevo collaborato era emerso chiaro che sia le vittime che i carnefici avevano molto spesso dei vissuti disastrosi nella loro infanzia. Da qui il mio interesse ad approfondire il tema scendendo in campo, e osservando da vicino chi lavora tutti i giorni in questa realtà.

Sono così resistenti, e capaci, e coraggiosi questi bambini maltrattati, che bisognerebbe inchinarsi davanti  a loro, con ammirazione sconfinata.

Nel libro si intrecciano diverse vite, quelle dei bambini nelle comunità, alcuni genitori, gli assistenti sociali, i volontari. Perché hai scelto di raccontare in maniera più approfondita proprio la storia di “Nino” e “Gianna”?
Volevo che fosse un bambino perché ho scoperto proprio al Caf che sono tantissimi i maschi a subire abusi nell’infanzia. Nessuno ne parla. È un’onta insopportabile. In comunità c’erano tanti Nino, di età diverse, e io ho cercato di ascoltarli tutti e di immedesimarmi nel loro disagio e nelle loro paure. Gianna invece è una giovane madre che non avrebbe voluto esserlo. Diamo spesso per scontato che la maternità sia una benedizione, ma non sempre è così. E Gianna ha tutti i motivi per detestare e ripudiare il suo stato.

Bambini, genitori, famiglie affidatarie, educatori, psicologi. Sono tutti protagonisti di un mondo che sembra essere dentro a una bolla, ma che in realtà è bene conoscere. E grazie al tuo libro, ora è possibile. Di queste figure, chi ti ha colpito di più?
Sono tutti parte di un coro che non si può dividere. Il lavoro di recupero e cura è portato avanti da tante figure fondamentali, e ognuno deve fare la sua parte. Mi ha colpito la fatica di tutti, la frustrazione, il logorio, l’emotività, sono lavori a stretto contatto con il dolore e la rabbia, ed è difficile mantenere la calma e la lucidità per andare avanti, tutti i santi giorni. Stimo enormemente le persone che scelgono di stare vicino a chi soffre.

Veniamo brevemente ai due protagonisti che tengono il filo del racconto, Nino e Gianna.
Un cuore grande, quello di Nino, che nonostante tutto non smette di voler bene alla sua mamma, fino alla fine. Gianna, invece, la testimonianza che è difficile aiutare chi non vuole essere aiutato, ma anche la consapevolezza che se sei madre, lo sei fino in fondo. Un legame forte che va oltre qualsiasi lontananza.
Ci sono vincitori e vinti, in questa storia?
Direi di no, perché si vince e si perde un po’ per uno, a seconda dei momenti, come nella vita.

Cosa ti ha insegnato questo libro? E quale messaggio vuoi che trasmetta ai lettori?
La pazienza e la fiducia. Non bisogna mai disperare. Anche nelle situazioni più difficili si deve trovare un germoglio, una possibilità, un briciolo di speranza. Mi piacerebbe che chi legge questo libro accarezzi la possibilità di avvicinarsi al mondo dell’affido, che è un mondo meraviglioso. Non tutti sanno che l’affido è aperto anche ai single e che si può fare anche part-time, mettendo a disposizione solo qualche pomeriggio o week -end per alleviare le sofferenze di questi bambini.

“Da oggi voglio essere felice, un titolo chiaro, un mantra, una certezza. Vale per tutti i personaggi incontrati in questo racconto?
Vale per tutti noi. Spesso non è facile tirarsi fuori dai guai, dal malumore, dalla paura, ma ciascuno di noi ha la possibilità di farlo, e Nino ce lo insegna con parole semplici eppure efficaci, come sanno fare i bambini.

…perché la felicità può essere contagiosa, ed è una bella malattia.