Oggi, 11 Febbraio, è la “Giornata mondiale delle ragazze e delle donne nella scienza” proclamata dalle Nazioni Unite per promuovere la piena ed equa partecipazione delle donne nelle scienze.


Non potevo rimanere indifferente a questo appuntamento e il fato mi ha concesso una bellissima opportunità: incontrare e intervistare una ragazza (ha all’incirca la mia età per cui è una fanciulla) considerata una delle “Eccellenze italiane nel mondo”.
Ringrazio la Fidapa BPW Italy di Jesi per avermi fatto incontrare Bruna Corradetti, in occasione di un convegno dedicato al delicato tema del Tumore dell’Ovaio.
La Prof. Corradetti è marchigiana come me, per la precisione di Castignano, piccolo paesino in provincia di Ascoli Piceno. Bruna tiene tantissimo a rimarcare le sue origini, “per quella che sono oggi lo devo anche all’humus in cui sono nata e cresciuta”.

Bruna Corradetti al convegno Fidapa

Dopo gli studi in Biologia applicata e molecolare alla Politecnica delle Marche conquista un posto importante al Dipartimento di Nanomedicina all’Università di Houston, ma è anche professore associato all’University Medical School in Galles. La sua propensione e l’amore per la scienza sin da piccola, fanno oggi di Bruna Corradetti uno dei cento talenti italiani nel mondo.

Il suo lavoro di ricercatrice la porta ad occuparsi di nanotecnologie per combattere le malattie degenerative e croniche, compreso il cancro.

“Attualmente lavoro a Houston nel centro medico più grande del mondo del Texas Medical Center, presso lo Houston Methodist Research Institute, associato all’ospedale, in collaborazione con il Prof. Mauro Ferrari. Mi occupo di nanotecnologia applicata all’immuno- modulazione per due ambiti: l’oncologia, in cui sviluppiamo sistemi di immunoterapia per stimolare il nostro sistema immunitario a combattere contro l’inizio o la progressione del cancro; attraverso approcci diversi, cerchiamo di sviluppare biomateriali e sistemi di nano medicina per indurre la rigenerazione laddove c’è mancanza di una parte di tessuto oppure a seguito di ferite, a seguito di danni causati da infiammazioni croniche oppure a seguito della perdita della funzionalità di alcuni organi o tessuti per via del cancro”.

Quando hai capito che la scienza sarebbe stata la tua strada?
“In realtà l’ho capito in là con gli anni (anche se da piccola si è fatta regalare un microscopio, quindi una qualche propensione in lei stava già nascendo! – ndr), ero mossa da una passione che andava oltre quello che stavo studiando. Volevo fare il medico, ma il primo tentativo per entrare a Medicina non era andato bene, per cui ho optato per Biologia. Da lì, da quel piccolo fallimento, ho scoperto che volevo tantissimo capire come funzionano le cose. Ho viaggiato tantissimo, ho studiato prima e lavorato poi in centri di eccellenza di tutta Europa per poi approdare in America.”

Nel mondo scientifico, la parità di genere sembra essere ancora lontana. Di donne che scelgono la carriera scientifica ce ne sono poche. È necessario uscire dall’Italia per intraprendere un cammino scientifico?
“Domanda difficile. Inizio a rispondere con il rivelarti che di scienziate donne ce ne sono tante. Sembra che siano poche perché il concetto che abbiamo di scienza, in Italia, è legato alla Ricerca. Ma anche chi fa ricerca è scienziato, a me che sono una ricercatrice piace definirmi Scienziata. Il lavoro del ricercatore lo associamo al precariato, ad un lavoro che non ti garantisce una sicurezza economica. In effetti non mi dà sicurezza né il lavoro che svolgo in America, né quello che faccio in Inghilterra, però il termine scienziato restituisce alla gente la missione, la passione e la dedizione e lo sforzo che c’è dietro a qualunque ricerca scientifica o scoperta. Io penso che di scienziate ce ne siano tante; penso anche che il sistema italiano a volte mette noi donne nelle condizioni di rinunciare e quindi di dedicarci a qualcos’altro. In giro per il mondo di donne impegnate in una carriera scientifica ne incontro tantissime.
Per rispondere alla seconda parte della tua domanda, ti dico che per fare ricerca di un certo livello è necessario andare all’estero (il suo gruppo di lavoro a Houston è per la maggior parte composto da italiani che “è una forza ma allo stesso tempo una vergogna, perché sentirsi apprezzati solo all’estero oppure in Italia, ma se lavori all’Estero è una sconfitta per il sistema italiano”– ndr). Riconosco, però, che esistono dei gruppi molto forti anche in Italia e che si sanno far valere. “

Bruna Corradetti

Cara Bruna, quando parli del tuo lavoro i tuoi occhi brillano, il tuo sguardo è rilassato. Insomma, sei felice e questo arriva con naturalezza. Hai rinunciato a qualcosa per arrivare a questo successo?
“Be’ si, ma io non sento di aver raggiunto il successo. Di cose fare ce ne sono sempre tante e sempre di più. Più si va avanti con la ricerca più si scoprono i limiti. Per arrivare dove sono arrivata ho certamente rinunciato tantissimo. La parte più dura è la lontananza dalla mia famiglia, dai miei genitori. Quello che faccio mi piace, ma non nego che se fosse stato per me sarei rimasta in Italia. Avevo anche in mente un progetto per metter su famiglia. Ma ho scelto un’altra strada. I sacrifici che ho fatto io per la mia carriera li ha fatti con me, e forse anche di più, la mia famiglia e le persone che mi vogliono bene. Questo pensiero non mi fa fermare, specialmente in quei momenti di sconforto in cui penso che forse quella intrapresa non è la strada giusta.
La scienza corre e va sempre più veloce. Il tipo di lavoro che stavo facendo, il mio impegno scientifico non meritavano tempi di attesa lunghi dovuti a questioni burocratiche, amministrative e politiche. E quindi ho scelto altre opportunità che stavano arrivando, piuttosto che restare. Quello che si fa nel resto del mondo.
Ma ho rinunciato tantissimo. Diciamoci la verità, io vivo in America e non possiamo dire che Houston sia la città più bella del mondo. È sicuramente la città dove si fa ricerca più ad alto livello nel mondo, ma non è il top per viverci. Viaggio continuamente tra America e Inghilterra e nessuna delle due realtà è vicina all’Italia. E io amo l’Italia, amo la mia terra, sono marchigiana di Castignano, un paese piccolo ma che mi ricorda sempre il senso di comunità che non ho quando viaggio. Ho rinunciato tanto anche nella vita privata. Non va di pari passo con quella professionale, immagino sia complicato stare accanto ad una persona che come me si divide così tanto per il proprio lavoro tra due zone del mondo lontane e diverse. Per me è sempre stato così. Però, fermarmi e vedere il mondo scientifico che va così veloce rallentare per le mie scelte, non l’ho potuto accettare.

Cosa c’è dietro l’angolo per Bruna Corradetti?
“Io mi auguro che quello che sto facendo porti davvero a qualcosa di importante. A volte è molto complicato parlare di quello che la scienza sta facendo per la soluzione di alcune malattie gravi, perché c’è il rischio di dare delle speranze. Qualunque cosa stiamo facendo richiede tanto lavoro, porta sicuramente ad un certo livello di speranza, ma molto è ancora in fase embrionale. Come il progetto che sto seguendo io per il tumore ovarico. Mi auguro che avrà risultati di successo e, sopratutto mi auguro che non sia ad appannaggio di poche persone. Questo è uno dei limiti della scienza, facciamo ricerche meravigliose, sviluppiamo farmaci davvero molto buoni ed efficaci ma purtroppo sono poche le persone che effettivamente li possono utilizzare. Io non vorrei che tutto lo sforzo che stiamo facendo non sia accessibile a tutti coloro che ne hanno davvero bisogno. Tutti meritano una cura.”

Un consiglio a chi vuole intraprendere un percorso professionale come il tuo e, come te, raggiungere altissimi livelli nella scienza?
“Il successo che gli altri ti attribuiscono, in realtà è fatto di fallimenti che raddrizzano un po’ la strada.”

Non aver paura di sbagliare. Questo è il motto che più di tutti accomuna le donne che incontro nel mio percorso di vita e che scelgono il mio blog per raccontarsi.