Sin dall’inizio ho amato questo libro.
La frase pazzesca con cui apre è da applausi: “Alle Rocket Girls. Buon viaggio, e ricordate: libri e dischi sono come mappe. Finché li avrete con voi, non vi perderete mai.” Piango.
Io che ho speso più di …fatemi pensare ….20 anni della mia vita in lezioni di canto, serate di piano-bar, matrimoni in chiesa e al ristorante, esperienze di palcoscenico con orchestre di liscio, concorsi canori, concerti live con blues e rock band e chi più ne ha più ne metta, non potevo rimanere indifferente a “Rocket Girls. Storie di ragazze che hanno alzato la voce” di Laura Gramuglia, edito da Fabbri Editori, impreziosito dalle illustrazioni di Sara Paglia.
Una genialata. Dopo le ragazze ribelli e i bambini coraggiosi, ci volevano le donne del rock.

E tu sei una Rocket Girl? Scopriamolo insieme leggendo la mia intervista a Laura Gramuglia.

Rocket Girls, cover libro

Laura, come hai focalizzato le ricerche? 50 donne del rock sono tante ma è solo l’inizio. Come hai selezionato questi nomi?
“Rocket Girls nasce da una passione, quella per la musica che permea la mia vita da sempre. Non saprei come fare altrimenti, ecco perché scelgo di declinare questa passione in tutte le forme possibili appena ne ho l’opportunità. All’inizio ho valutato la possibilità di raccontare più storie possibili, nomi sconosciuti probabilmente anche agli appassionati, il materiale era talmente tanto che ho pensato di servirmi di un fil rouge, ogni capitolo avrebbe raccolto artiste accomunate da un percorso simile, un’attitudine, un destino condiviso. Alla fine ho scelto di mantenere questa narrazione per il programma radiofonico di Radio Capital che ho tratto dal libro, al lettore ho preferito garantire invece un’esperienza più fruibile. Ho pensato di sintetizzare il racconto attraverso le battaglie che ogni singola protagonista ha combattuto: Nina Simone e Joan Baez in prima linea per i diritti civili, le campagne di Beth Ditto contro la dittatura del corpo perfetto, Madonna e la discriminazione legata all’età delle donne, Kathleen Hanna e ancora prima Slits e Joan Jett impegnate a garantire modelli alle ragazze che desideravano farsi largo in una scena a maggioranza maschile. In questo modo mi auguro di essere arrivata anche a chi non ha mai ascoltato la musica di queste ragazze. Spero anzi sia stato colto il suggerimento d’ascolto, quel brano che compare all’attacco di ogni capitolo e da cui prende il via la narrazione. E poi, come dici tu, questo è davvero solo l’inizio. 50 artiste sono davvero poche, ma sufficienti per raggiungere il primo traguardo, vale a dire la richiesta di attenzione. Non ero interessata a compilare un almanacco rock, in giro ce ne sono già tanti e poi basta aprire Wikipedia per scoprire per sommi capi la vita di ogni protagonista. Quattro pagine non sarebbero mai bastate e il rischio di lasciare storie incompiute era troppo grande. Rocket Girls è per prima cosa una richiesta di attenzione, una lettura che incoraggia a guardare oltre le etichette e a considerare la musica scritta, suonata e prodotta dalle donne non un genere a sé, ma un mondo ricco e sfaccettato quanto quello maschile”.
Quale di queste 50 donne rock ti ha colpito maggiormente?
“È difficile rispondere a questa domanda perché ognuna delle cinquanta artiste che racconto mi ha accompagnato o continua ad accompagnarmi. Lo spirito guida del libro però è senza dubbio Patti Smith: sua la citazione che apre il libro e sua la citazione che lo chiude. Patti Smith è stata tra le prime a lamentarsi della mancanza di modelli femminili nel rock. Quando all’inizio degli anni Settanta cercava disperatamente di salirci da protagonista sul palco, dopo aver incontrato, ascoltato e apprezzato tanti colleghi, si rese conto che di donne in giro non ce n’erano poi molte. Secondo Vivien Goldman, giornalista inglese, scrittrice e più tardi anche affermata musicista, quando cominciò a scrivere di rock per la stampa a metà degli anni Settanta, le musiciste erano così rare che, in quello che potrebbe essere stato il primo articolo di Woman in Rock descrisse una chitarrista con i capelli lunghi come se fosse stata un unicorno. È la stessa mancanza che lamenta Patti Smith all’inizio del suo periodo newyorkese. Le ragazze nel mondo del rock, e più tardi nel punk, scarseggiano al punto che i maschi sembrano i soli depositari della scena. In realtà le cose non stanno così dalla parte opposta dell’oceano, ma all’epoca era difficile che ci fosse un contatto tra esperienze simili su sponde distanti. Si può dire quindi che Patti Smith sia stata una vera pioniera, non solo ha anticipato di alcune stagioni il punk e la new wave, ma ha introdotto nel rock una qualità di scrittura pari a quella di Bob Dylan. Non che sia necessario cercare il corrispettivo maschile per ogni protagonista; in questo caso chiamare in causa il primo cantautore Premio Nobel per la Letteratura è significativo, soprattutto per chi pensa che una lettura tutta al femminile della musica non sia possibile. Alla cerimonia di consegna del Nobel c’era Patti Smith a intonare A Hard Rain’s A-Gonna Fall al posto dell’amico Dylan. Sono molto legata anche a Betty Davis, conosciuta ai più per essere stata la moglie di Miles Davis e la musa di Bitches Brew. Betty in realtà è stata soprattutto una donna indipendente, una musicista curiosa e affamata di novità. Non solo introdusse il marito al funk e al rock, ma appena Miles cominciò a metterle i bastoni tra le ruote abbandonò subito l’idea di stargli accanto se questo significava tenere a freno la propria creatività. Tra il 1973 e il 1975 registra tre album intrisi di funk arrabbiato e voce poderosa. Il suo look è unico, eversivo, sul palco come sulle copertine dei dischi. Betty fa tutto da sola, scegli i musicisti che la accompagnano nelle sessioni in studio, scrive e arrangia brani ed è in anticipo sui tempi. La sua era una visione creativa, personale del rock mischiato al funk, in una parola: fusion. Chi mai aveva sentito prima canzoni del genere? Di certo non i discografici che continuavano a dirle di cambiare atteggiamento, immagine, stile. Non le radio che si rifiutavano di programmare pezzi così espliciti cantati da una donna. Betty Davis non era disposta a scendere a compromessi, sapeva il fatto suo, sapeva di avere tra le mani qualcosa di nuovo, importante, sarebbe stato sciocco tornare indietro e conformarsi a ciò che il pubblico già conosceva. Ecco perché alla fine degli anni Settanta si perdono le tracce del suo talento. Il mondo non è pronto per Betty? Pazienza, è stato bello lo stesso, grazie e tanti saluti. Per avere successo e continuare a fare il proprio lavoro, l’industria musicale chiede alla donna di stravolgere la propria natura, diventare un’altra. Betty non ci sta, preferisce lasciarlo quel mondo anziché diventare la persona che non è”.

Patti Smith, illustrazione di Sara Paglia

Che cosa significa, oggi, essere una rocket girl?
“Significa non sentirsi più sole, isolate. Significa sentirsi parte di un movimento, esattamente come le rocket girls di ieri hanno tentato di fare in passato con risultati non sempre incoraggianti. Prendiamo il rock per esempio. Il cuore del rock’n’roll è l’energia, una carica primordiale e incurante dei sessi, ma il rock è figlio del blues, il genere per antonomasia di chi percorre in lungo e in largo strade e si lamenta a un bancone del bar. Nell’America degli anni Quaranta e Cinquanta, maschi per lo più. Quando al termine della seconda guerra mondiale gli uomini tornarono a casa, la stessa cosa fecero le donne, abbandonando le fabbriche. Chi per necessità aveva avuto un posto senza precedenti nella forza lavoro era stata richiamata all’ordine da libri come “Modern Woman: The Lost Sex” del 1947. Il testo sosteneva che solo un ritorno ai valori tradizionali e ai ruoli di genere avrebbe ripristinato “l’equilibrio interiore delle donne”. Per nostra fortuna le pioniere del rock più che a ristabilire un equilibrio interiore erano interessate a stabilire un equilibrio di genere nella musica. Non fu affatto facile, la maggior parte delle ragazze che scopriva di avere una propensione per folk e country non aveva la possibilità di andare oltre un matrimonio e la maternità. Di molte si conoscono appena i nomi e si ricordano brani distanti anni luce dalle vendite registrate dai colleghi. Intorno alla metà degli anni Cinquanta, proprio grazie all’avvento di Elvis e del rock’n’roll, è sembrato che le cose potessero iniziare a prendere una piega diversa. Nel 1952 Alan Freed, un dj di Cleveland conosciuto per essere stato colui che ha inventato il termine rock’n’roll, presentò e promosse quello che è considerato il primo concerto rock della storia. La cantante rnb Varetta Dillard era nella lineup. Nel 1953, Ruth Brown in cima alla classifica rnb con (Mama) He Treats Your Daughter Mean, aprì la strada alla sua etichetta discografica Atlantic. Nello stesso anno, Big Mama Thornton ebbe un enorme successo con Hound Dog, catturando l’attenzione di un bambino del Mississippi di nome Elvis. Nel 1954, la segregazione scolastica fu dichiarata 3 incostituzionale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, e l’anno seguente una donna chiamata Rosa Parks fu arrestata a Montgomery, in Alabama, per aver rifiutato di lasciare il suo posto sull’autobus a un uomo bianco. Le sue azioni scatenarono il boicottaggio del sistema di autobus guidato dal ministro battista Martin Luther King Jr. e dal consiglio politico femminile locale. Quello stesso anno a Memphis debuttò WHER, la prima emittente radiofonica composta quasi esclusivamente da donne come la speaker Vida Jane Butler. Sempre nel 1955, Wanda Jackson incontrò Elvis Presley, che la convinse a passare dalla musica country al rockabilly. Per la prima volta un genere, fino a quel momento considerato un affare per soli uomini, si apriva a una donna che riuscì nell’impresa di diffondere la propria musica non soltanto ai cultori. Quando poi si rese conto che in giro non erano poi molte le canzoni adatte a una ragazza cominciò a comporre lei stessa i pezzi. Con la complicità di altre più oscure protagoniste di quella stagione, Wanda Jackson insegnò il rock’n’roll da un’altra prospettiva”.
Perché secondo te, oggi le donne devono ancora alzare la voce?
“Le donne oggi devono alzare la voce per farsi sentire, per essere ascoltate, non solo tollerate, per avere la certezza di contare qualcosa e camminare veloci verso quella legittimazione che ognuna rincorre da secoli. Avere spazio e possibilità è qualcosa che anni fa le donne nel mondo della musica, e non solo, potevano solo sognare. Per la maggior parte di loro matrimonio e maternità rappresentavano ostacoli insormontabili al seguito della propria carriera. Oggi fortunatamente non è più così, ma ci sono campi in cui la disparità salariale, soltanto per fare un esempio, è ancora la norma. Le sfide insomma non finiscono mai, lo sintetizza bene St. Vincent quando dice che se non sei al tavolo, sei sul menù. Le ragazze possono arrivare dappertutto, certe madri magari non lo chiamavano ancora femminismo, ma sapevano che era qualcosa di innato nel loro DNA. In alcuni settori poi, dove la presenza delle donne non è affatto scontata, le prove sono all’ordine del giorno. Pensare a una donna dietro a un mixer è ancora, nel 2019, piuttosto inusuale per molti giornalisti del settore, ma la storia insegna che ci sono signore che hanno combattuto per queste posizioni fin dagli anni Cinquanta: Cordell Jackson e Bonnie Guitar, per esempio, sono state due pioniere della produzione; Leslie Ann Jones, già road manager e poi tecnico del suono, negli anni Settanta venne estromessa dalle registrazioni a causa di gelosie; Susan Rogers, tecnico del suono di Crosby, Stills & Nash, ma anche di Prince, sa che la maggior parte delle donne che sceglie questo mestiere deve affrontare una lunga strada in salita: “Se una donna fa un ottimo lavoro, aiuta se stessa e tutte le altre che vengono dopo di lei. Se non è eccezionale, renderà le cose difficili per la prossima che ci proverà. Gli uomini, di solito, tendono a essere giudicati individualmente”. E poi c’è la questione del tempo sintetizzata magnificamente dalla giornalista e scrittrice premio Pulitzer Brigid Schulte nel suo libro Overwhelmed: il più grande nemico di una donna? La mancanza di tempo per se stessa. Perché se ciò che serve per creare sono lunghi periodi in compagnia della propria musa, è qualcosa che le donne non hanno mai avuto il lusso di permettersi. A differenza degli artisti maschi, che si sono spostati attraverso la vita come se il tempo libero per se stessi fosse un diritto di nascita, i giorni e le traiettorie di vita delle artiste erano spesso limitati dai doveri della casa e dalle cure famigliari. Patti Scialfa in un’intervista di qualche anno fa raccontava di quanto fosse difficile per lei scrivere la musica per il suo album solista mentre i suoi figli continuavano a interromperla e a chiedere il suo tempo in un modo che mai ha visto loro pretendere dal padre, Bruce Springsteen. Alle donne non è mancato il talento per lasciare il segno nel mondo delle idee e dell’arte, è mancato il tempo”.

Laura Gramuglia e il suo libro

Parlami un po’ più di te. Chi è Laura Gramuglia? Che cos’è per te la musica? Qual è la tua canzone preferita?
“Sono speaker, dj, autrice. Sono stata tra i conduttori di Weejay a Radio Deejay. Ho scritto di musica e donne su «Rolling Stone», «Tu Style», «Futura» e ho collaborato al lancio della piattaforma online radio e podcast «Spreaker». Per Arcana Edizioni ho pubblicato “Rock in Love – 69 storie d’amore a tempo di musica”, “Pop Style – La musica addosso” e “Hot Stuff – Cattive abitudini e passioni proibite. L’erotismo nella musica pop”. Per Fabbri Editori “Rocket Girls – Storie di ragazze che hanno alzato la voce” illustrato da Sara Paglia. Su Radio Capital sono autrice e conduttrice dei programmi Rock in Love, Capital Hot, Capital Supervision e Rocket Girls. Per me la musica è un’esperienza prima mistica, da assorbire in religioso silenzio inginocchiata davanti alle casse dello stereo. E poi una condivisione altrettanto attenta e reiterata. Come si fa a tenere per sé qualcosa che si scopre e si apprezza così tanto? Occorre gridarlo a tutti là fuori. Ecco perché amo la radio e la possibilità di condividere la mia musica preferita nei dj set. Credo sia necessario imparare a sospettare degli algoritmi e a riaffidarsi ai dj, magari a quelli che hanno più gusto che tecnica e che non trascurano la qualità dell’ascolto”.

Rocket Girls è da utilizzare nelle scuole durante l’ora di musica, ammesso che ci sia ancora. Dovrebbero impiegarlo insegnanti di canto e di musica durante le loro ore di lezione, prima del solfeggio o della parte tecnica. Secondo me
questo libro è un tesoro prezioso. Mi è venuta la pelle d’oca nel leggere certe storie di cantanti che amo, che cantavo –  da ex singer –  ma che solo ora, leggendo questo libro, ho capito che non conoscevo bene. Mi lasciavo affascinare solo dal sound.
Quante volte sentiamo in radio brani che ci piacciono senza sapere perché nascono e che messaggio celano nel pentagramma.
E tu sei una Rocket Girl?

 

Wild Is the Wind di Nina Simone. Qui la playlist creata ad hoc con i brani tratti dal libro: https://open.spotify.com/playlist/7i444i9zmJ4yL0lPq7bu3V