Esiste una vera e propria “generazione di freelance“. Secondo gli esperti sono i Millennials, ovvero i trentenni o giù di lì.
Su Rolling Stone ho letto che sarebbe 3,6 milioni i «lavoratori autonomi e senza dipendenti» tra i 15 e i 74 anni, stando ai dati Eurostat riferiti al 2015.  In Italia, circa il 14% della popolazione attiva è freelance, a fronte del 10% della media europea. Chi sono i freelance di cui sopra? Sono giornalisti, pubblicitari, artisti, fotografi, consulenti, designer, traduttori, ovvero tutti coloro che svolgono in prima persona un lavoro in modo autonomo, che non hanno vincoli di subordinazione, flessibili per necessità, retribuiti in media meno dei colleghi dipendenti; è la prassi, leggo nell’articolo.
Un libro davvero necessario, per chi già vive da freelance ma anche per chi vuole come si suol dire “mettersi in proprio”è quello scritto da Sara Pupillo per Morellini Editore: “Felice e freelance. Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso.”

Quello del freelance è un lavoro che ha, come tanti mestieri ovviamente, dei pro e dei contro. Più che altro è una condizione che molti e molte si scelgono, altri invece sono costretti per scelte prese da altri. Non è un lavoro per tutti, ovvero, non tutte le persone sono portate per lavorare autonomamente. Nel libro si evincono quali sono le caratteristiche caratteriali che si deve avere per essere “imprenditrice di se stessa”.

Felice e freelance. Libro di Sara Pupillo. Morellini Editore

Sara, ti definisci una “lavoratrice dipendente pentita”, puoi spiegarci
meglio?
Dopo la laurea ho trovato lavoro in azienda senza difficoltà, era il 1997 e i tempi erano davvero diversi da oggi. Quando sei agli inizi quello che ti interessa è solo guadagnare ed è proprio colpa di quello stipendio fisso a fine mese che sono andata avanti a lavorare in ufficio per 8 anni, mentre mi rendevo conto sempre di più che non era la dimensione ideale per me. A un certo momento non ce l’ho fatta più e ho mollato in maniera molto maldestra, cioè senza aver identificato dove fosse il problema: mi ci sono voluti parecchi anni di tentativi, di lavori di ogni genere, per capire che quello in cui non mi ritrovavo non era quello che facevo ma come ero obbligata a farlo: da dipendente, in azienda, con una gerarchia di capi, con orari fissi, ecc. Ecco perché mi definisco, in maniera un po’ buffa “lavoratrice dipendente pentita“.

E’ un lavoro precario, nel senso che ti devi cercare direttamente la clientela in un mercato faticoso, in qualunque settore. Devi gestire tutto, la promozione, i progetti, la contabilità, il recupero crediti. A volte, il vantaggio della libertà, della gestione del tempo che fare il freelance consente non ripaga dei sacrifici che lavorare in proprio
richiede. Hai qualche suggerimento prezioso?
Io non mi focalizzo mai sulla precarietà, che per tutti ha un significato negativo: preferisco apprezzare la libertà di gestire ogni giornata in maniera diversa, la varietà nelle tante responsabilità diverse a cui chi lavora da solo deve dare tempo ed energie (e che a volte fanno scoprire lati di te che prima avevi sottovalutato). Ma soprattutto un modo diverso di valutare il guadagno perché quello che è diverso è proprio l’approccio al lavoro: da freelance fai il mestiere che ti appassiona, che sia la guida turistica, il massaggiatore o l’illustratore, e quindi lavori con un impegno che non ti pesa mai… e sul benessere che trai dalla soddisfazione di un lavoro ben fatto non paghi le tasse!

Hai racconto diverse testimonianze. Cosa ti hanno insegnato?
Tutti sono concordi che lavorare da freelance non sia adatto a tutti e che richieda una grossa dose di determinazione, costanza, passione e desiderio di imparare cose nuove. Le persone che ho intervistato mi hanno insegnato, quindi, che non solo per me ma per tutti è una questione di carattere: c’è chi è tagliato per la vita in azienda e chi, invece, per gestire tutto da solo.
L’unione fa la forza, si suol dire. Anche in questo settore? Oppure si è abituati a lavorare in solitaria e mettersi insieme professionalmente parlando è più complicato?
Di per sé il freelance lavora in autonomia e forse proprio per questo, per non sentirsi solo, cerca sempre di fare rete. Tra freelance, anche di settori diversi, si sviluppa in maniera naturale una solidarietà che all’interno di un ufficio non si vede spesso.

Sara Pupillo

Secondo te il futuro sarà sempre più da freelance? Occorrerà sempre più avere flessibilità nel lavoro? Dovremmo dire davvero addio al posto fisso?
Io spero proprio che in futuro la ricerca del posto fisso non sia più l’obiettivo di tutti! La flessibilità è negativa quando ti viene imposta ma è una grande fortuna quando la scegli: pensa a chi fa la casalinga, se scegli di farlo è un mestiere bellissimo ma se te lo impone tuo marito (come in alcune culture del mondo) non solo non è giusto ma può essere anche una vera tortura.
Onore e coraggio al popolo della Partita Iva!