L’ 8 Maggio è le Festa della Mamma.
Vi siete mai soffermati sul vero significato della parola “mamma“? Io l’ho fatto, prima di imbattermi nel libro che vi presento in questo post, “Interruzioni” di Camilla Ghedini, edito da Giraldi Editore.

mamma e bimbo

La parola “mamma” è molto  importante e riguarda ciascuno di noi. E’ così importante che da qualche anno, in ogni parte del mondo, in date diverse, si festeggia la sua festa.  Da noi sarà Domenica 8. Il termine  “mamma”  non ha un vero e proprio significato etimologico, è piuttosto una parola onomatopeica, che nasce  dalla riproduzione del suono/sillaba che emette il bambino quando inizia a parlare: “ma- m- ma”.

Il libro in questione non parla della maternità, in senso tradizionale. Con intelligenza e  la giusta dose di provocazione, Camilla Ghedini affronta il delicato tema della “non maternità”, il non essere mamma. L’altra faccia della medaglia, che esiste. Che piaccia o no. Dà spazio ad un’altra voce, che va altrove rispetto alla tradizione.

Quattro storie di donne molto diverse tra loro, attraverso le quali Camilla ci porta nell’universo complesso di una diversa o negata maternità, per cercare di comprendere  aspirazioni, fantasie, aspettative, fissazioni, sbagli. Il titolo è piuttosto emblematico: si parla di interruzioni ovvero di morte,  di abbandono, di ferita, di aspirazioni mancate.
Tra la rinuncia volontaria alla procreazione, all’infanticidio, tra la malattia e la scelta della morte spiegata a una madre «mai stata tale».  Come anticipa molto bene Marilù Oliva nella prefazione «non è un caso che le quattro chiose avvengano con parole quali amore, bene, felicità, vita – perché per dirla alla maniera di Goethe, è proprio vero che ‘dove c’è molta luce, l’ombra è profonda».

interruzioni

Camilla, nei tuoi libri hai sempre dato voce alle donne, anche in chiave ironica. Da dove nasce l’esigenza di affrontare questo particolare e intimo argomento della maternità mancata?
La maternità è un argomento che da sempre mi affascina, seppure non sono madre. Ma è questo il punto. Sembra che diritto a trattare il tema lo abbiano solo le donne con figli. Invece, esattamente come esiste la maternità, esiste la non maternità, che può essere scelta, condizione, sorte. Ed è comunque un modo di approcciarsi alla vita, di sentirla. Anche nell’ assenza, nei dubbi che crea e con cui si convive. Oltre al fatto che va sfatato il mito della maternità come gioia meravigliosa. Serve maggiore cultura, informazione. Esiste la Sindrome Blues, la depressione post partum, che non sono ‘fantasie’, e creano un profondo senso di solitudine, colpa e abbandono in chi ne è affetto. Eppure colpe non ci sono. Può capitare. Se ne dovrebbe parlare di più.

Hai dato voce – con grande rispetto, alle storie delle protagoniste. Ho notato, però, che hai tenuto sempre una certa freddezza linguistica. Almeno, io ho percepito – magari sbagliando – un approccio più giornalistico – quindi distaccato – che da autrice, nei confronti delle quattro situazioni. E’ così? Se si, è una scelta voluta o ti ha dettato l’istinto?
Io sono una giornalista, con lo sforzo di sintesi e selezione che la professione richiede. E sono una grande lettrice. Per me il vocabolario è un contenitore magico. Ogni sostantivo, aggettivo, avverbio, ha un potere evocativo.  Una parola per me non vale mai come un’altra. Anche le ripetizioni, qui, sono fortemente volute, a sottolineare l’ossessività dei pensieri, delle angosce, che con la formula del dialogo e del monologo esprimono la battaglia interiore, il conflitto, la resa. La freddezza, come la definisci tu, è l’emotività contenuta o trattenuta, implosa o esplosa. L’ho concepito come un testo essenziale.

Anche la scelta editoriale di una copertina nera è esplicativa. Lutto. Perdita. Morte. Quattro facce della maternità.
Sì, nei 4 racconti c’è la maternità in rapporto alla fede, all’infanticidio, alla malattia, all’aborto. La vita è fatta di perdite, abbandoni, ferite, lutti. Interruzioni. Che sono cosa ben diversa dalle sospensioni, dalle attese. Le interruzioni sono fratture, bivi, blocchi di respiro. La maternità non è solo felicità, completamento. Si può averne paura, si può avere coscienza di non esserne all’altezza. In fondo un figlio è un mistero. Come la morte. Ma diventare genitori, per fortuna, non è un obbligo, non è un dovere. Non si sceglie di essere figli, ma si può scegliere se essere genitori. E si può decidere di non esserlo. Un figlio richiede una fiducia immensa nell’esistenza,  laddove la fiducia può essere intesa sia come fede che come speranza. Per me, coincidono.

Oggi, molte donne scelgono di non diventare madri per non perdere occasioni, nel lavoro, nella vita.. oppure per “non perpetuare le difficoltà della vita”. Altre, invece, rimandano questo appuntamento con la gioia di dare alla luce un figlio, più e più volte. Magari perché costrette da impedimenti professionali, loro malgrado. E poi, quando forse si sentono pronte, il momento svanisce. Qual è al tua opinione al riguardo?
Credo che sulla maternità ci sia troppa retorica. Francamente mi danno noia le donne che vogliono sia essere madri che manager, che vogliono la famiglia e la carriera. Tutto non si può avere. Questa ambizione sminuisce la maternità bella, piena, fatta di cura. Allo stesso modo trovo irritante l’attesa delle condizioni ‘adeguate’. Quali sono? A meno che non si versi in uno stato di reale indigenza o vulnerabilità fisica, se un figlio lo si vuole – potendolo avere, ovvio, escludendo quindi chi lo desidera ma non riesce a realizzare il proprio sogno – , lo si fa. Completamente pronti non si è mai. Il resto sono alibi.

A te che sei giornalista eclettica e intelligente, chiedo cosa ne pensi della Legge 194?
I grandi cambiamenti vanno valutati nel contesto in cui nascono, a distanza di tempo c’è l’influenza della cultura cui si appartiene. E la mia è certamente di libertà consapevole. La Legge 194 del 1978 fu epocale ma forse ha ragione chi ritiene vada aggiornata, chiedendo maggiore peso per la voce maschile, oggi assente perché nel testo si parla di ‘padre del concepito, ove la donna lo consenta’. Ancora, come ci ammonisce Strasburgo andrebbero risolte nel sistema sanitario nazionale le criticità legate all’obiezione di coscienza, che complica l’accesso all’interruzione volontaria, con rischi per la salute e il benessere delle interessate. Detto questo, la questione morale, aperta ancor oggi, è difficilmente semplificabile e rifuggo da chi con troppa convinzione è contrario. Sono tanti gli aspetti che vanno  considerati., a cominciare dal fatto che la Legge, nell’enunciazione dei suoi principi, ambisce a mettere in campo, a livello di informazione e servizi, tutto ciò che può dissuadere dall’interruzione di gravidanza. Ma se il parto o la maternità comportano gravi rischi, io comprendo. Penso a una donna malata, magari già mamma. Concepisco meno le ragioni economiche, contemplate all’articolo 4. Fatte queste premesse, riconosco il diritto all’aborto. Come riconosco l’obiezione di coscienza. Credo che rinunciare a un figlio non sia cosa semplice e significhi  auto infliggersi una ferita che rimarrà sempre aperta e sanguinante. Significa prodursi un trauma. Significa avere coscienza piena dell’altra vita che si sarebbe potuta condurre e alla quale si è abdicato. Perché quel che ti consente la legge, non è detto che te lo perdoni il cuore, l’intelletto, la formazione. Ti mancherà sempre un pezzo.   

Camilla Ghedini

Camilla Ghedini

Che rapporto hai con la maternità?
Per carattere non ho mai voluto nulla ad ogni costo, non ho mai avuto obiettivi a lungo termine, non ho mai coltivato particolari ambizioni. Non ho mai avuto il progetto famiglia, seppure non l’ho escluso a priori. Quindi conosco solo la non maternità. Ho esperienza di questa assenza, che è comunque presenza.

A chi è rivolto questo libro.
A chi non ha timore di esplorare sottoboschi di sentimenti tanto sconosciuti quanto legittimi. A chi non crede che volere è potere. A chi trova stonati gli stereotipi.