Oggi vi presento un libro e  la sua autrice che mi hanno colpito molto.
Scusate per il disturbo” (LA TOLETTA Edizioni) è un libro dolce, scritto dalla giornalista Micaela Scapin con un linguaggio semplice, nel senso più buono del termine. Arriva a tutti, è universale. D’altronde è un diario, un testamento affettivo di una mamma poco abituata ad usare la penna, ma molto allenata nel promuovere la famiglia, il primo gruppo sociale in cui iniziamo a muovere i primi passi da uomini, come direbbero i sociologi.

Micaela, perché nasce questo libro?
Nasce dalla consapevolezza che nulla è per sempre, ma che l’amore è fluido e non scompare con la materia. Nasce da una semplice riflessione: ciascuno di noi ha una storia da ricordare, da trasmettere e non c’è tempo per aspettare; perché la vita è un soffio e ciò che c’è oggi, domani potrebbe non esserci più. Non sto parlando della lunghezza, oppure della caducità della vita, ma della possibilità di raccontare un’emozione, di descrivere un sentimento nel momento in cui lo percepiamo. Di vivere “qui e adesso” e di non aspettare perché potrebbe mancare il tempo per poterlo fare. Adele, la protagonista, ha 75 anni e scopre di essere affetta da una forma di demenza cronica: sarà assorbita dal nulla. Riflette e decide di scrivere un diario alla figlia lontana per raccontarle la sua storia, la sua vita. È la maniera per dire a se stessa e al mondo: «Io esisto ed esisterò per sempre nel mio ricordo, nell’amore fluido che trasmetterò a mia figlia e a mia nipote». È la sua maniera di lottare.

La memoria storica di Adele vince su una malattia degenerativa: la demenza, la peggiore fine che un essere umano possa affrontare.  Quando “dimenticare è più forte della propria volontà”. Un libro che sembra essere un inno agli antichi valori, alle tradizioni di un tempo, al concetto di parentela. Innovativo, per certi versi, in una società come quella in cui viviamo, piuttosto individualista.
Adele fa ciò che una Mamma farebbe: indica alla figlia la strada per affrontare il dolore e l’oblio. Raccoglie oggetti, ricordi, fotografie in scatoloni colorati. Scrive la sua storia per la paura di non ricordare più. Ciò che rimane è l’amore: forte, incondizionato, anche ribelle per certi versi, perché Adele non si abbandona alla malattia. Scrivere è il suo disperato tentativo, l’ultimo, di vincere all’oblio.  E alla fine è l’amore a vincere.

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Nel libro racconta l’amore sotto tanti punti di vista, quello tra coniugi, tra genitori e figli. Ma emerge forte una particolare forma di amore: la maternità. Un concetto messo a dura prova dalla modernità attuale ma che si mantiene vivo con donne come Adele, come Emma.
Io credo che la maternità non conosca il concetto di temporalità. Le mamme del 2015 amano i loro figli così come li amavano quelle nel 1900. Possiamo dire invece che è mutato il ruolo delle mamme, conseguentemente ai cambiamenti della società. In realtà forse quello che cambia, nel libro, è la maniera di essere donna. Ida, bisnonna di Emma e mamma di Adele, è una donna vecchio stampo che annulla se stessa per la famiglia. Per intenderci, allaccia le scarpe al marito, gli sistema la cravatta, lo pettina prima di uscire. Adele invece rappresenta quella fuori tempo e si rammarica di non essersi adeguata. La figlia Emma incarna la figura femminile contemporanea: emancipata, realizzata come donna, madre e moglie; professionista affermata nel settore della moda, vive facendo i salti mortali per essere felice e donare serenità alla propria famiglia.

Dal libro emerge anche il duro mestiere del genitore che deve essere capace di dire “no” per far capire ai propri figli il valore di un “si”. Lei che figlia è, Micaela?
Ho amato intensamente mio padre e mia madre e ho vissuto in una sorta di simbiosi con le loro vite. Spesso avevo scontri accesi con mio papà. Ora, però, se mi guardo allo specchio vedo molto di lui in me: uomo testardo, appassionato, fiero, profondamente innamorato della vita. Mi diceva: «Sorridi perché la vita è bella, anche se ti volta le spalle». Mi ha insegnato molto con tutti i suoi «No» e devo dire che ne ho ricevuti veramente tanti. Anche per questo motivo cerco di essere più morbida con i miei figli, ma sono comunque rigida. Perché molte volte con papà era “no” a prescindere ed io, un po’ ribelle e cocciuta, non accettavo la mancanza di confronto e di dialogo. Con mamma avevo un bellissimo rapporto. Sono felice di quanto amore ci siamo offerte l’una all’ altra. Ero la “piccola” di famiglia e lo sono ancora oggi per le mie due sorelle che, data la grande differenza d’età, per me sono come due mamme.

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Micaela Scapin

Dopo aver conosciuto le protagoniste del suo libro e parte della sua famiglia, diamo spazio a Micaela Scapin.
Sono la meno indicata per descrivere me stessa. Diciamo che so ascoltare ed osservare, non amo parlare molto. Al massimo preferisco, scrivere. Micaela è una donna, una mamma, una moglie e come tante altre donne fa l’equilibrista in una vita impegnativa, dividendosi in questi differenti ruoli. La mia professione mi assorbe molto, ma sono felice e sento che i miei due figli, anche se non hanno ancora capito in che cosa consiste realmente il mio lavoro, percepiscono ciò e vivono serenamente.

Credo che sia importante che ciascuno di noi conosca la storia della sua famiglia:
alla fine ciò che rimane è l’amore e il ricordo.