Non ricordo nemmeno come ci sono capitata ma è successo. Mi sono ritrovata a leggere un articolo de Il Sole 24 Ore che titolava:

Sole 24 ore

Da piccola e giovane imprenditrice  (aggettivi intesi non per l’età ma per l’ impegno lavorativo in questo ruolo) quale sono, alle prese con la crisi edilizia, con i problemi che ogni giorno si svegliano prima di me…senza contare quelli che da tre anni ormai mi hanno direttamente tolto il sonno, mi sono subito addentrata nei meandri di questo bel servizio giornalistico.
L’articolo parlava di una signora di 46 anni, Serenella Antoniazzi, titolare della A.G.A snc di Concordia Sagittaria (Venezia) che aveva deciso di raccontare le sue sconfitte di imprenditrice in un libro, pieno di verità, “Io non voglio fallire”, edito da Nuovadimensione. E’ un libro di pancia scritto con Elisa Cozzarini, 170 pagine che trasudano di impegno, desolazione, lavoro e disperazione. La vita di un’azienda artigiana che è stata sull’orlo del fallimento per la mancata riscossione dei crediti.
Il peso delle responsabilità sulle spalle di persone perbene.

Una volta letta la storia di Serenella e il suo grido di aiuto, ho pianto.
Volevo conoscerla, volevo confrontarmi con lei. Volevo “rubare” la sua esperienza, il suo coraggio. La sua verità.

Una chiacchierata al telefono che non dimenticherò. Un’intervista che personalmente, sono andata a rileggere più volte e lo farò ancora, non per trovare o correggere errori, ma semplicemente perché è uno stimolo a non mollare mai di fronte alle difficoltà che le imprese affrontano. A cercare di fare rete tra imprese, a evitare di chiudersi nel proprio orticello ma anzi cercare di condividere gioie e dolori dell’essere artigiano, imprenditore oggi nel nostro Paese , insieme a  coloro che stanno nel mercato come te.

Serenella, cosa significa tener duro e gestire un’attività artigianale oggi in Italia?
“La fatica fisica non ha mai spaventato gli artigiani e gli imprenditori italiani che in tanti anni  hanno fatto crescere e prosperare il nostro paese.  Diverse le attività in ogni settore produttivo, arricchendo famiglie e territorio. Ora però, soffocati da burocrazia e leggi inique , sono spesso rassegnati al punto di lavorare per sopravvivere, sentendo solo il peso del lavoro e non il nutrimento che esso produce per questa Nazione ed il suo Popolo.”

foto lignano sere

Sei un’imprenditrice donna e madre. Qual è la tua giornata tipo?
“Mi alzo poco dopo le sei. Il buongiorno viene scandito dal bacio di mio marito, insostituibile compagno della mia vita. Colazione in cucina, con impostazione del pranzo preparato la sera prima per mio marito e mio figlio. Una passata veloce al bagno, rifaccio i letti mentre Loris (il marito -ndr) stende la lavatrice e Alberto, mio figlio, finisce di preparasi.
Ci si saluta alle 7,00 sul portone di casa . Mentre Loris e Alberto si rivedranno un attimo a mezzogiorno , io sarò di ritorno per le 19,00.
Arrivo in azienda verso le 7,30, sistemo l’ufficio, scarico la posta elettronica, infilo il grembiule e inizio il lavoro accanto ai miei dipendenti. A pranzo sono da mia mamma. Ricomincio alle 13,00. Seguo le attività in ufficio, i rapporti con le banche, i clienti e la produzione. Solo verso le 18,30 torno verso casa. Faccio subito la doccia perché sono sempre piena di polvere, preparo la cena mentre parlo con mio figlio e cerco di strappargli qualche notizia della sua giornata. A volte stiro, a volte crollo, altre volte guardo un film fra le braccia di mio marito. Vado a letto e mi chiedo se questa è vita.”

Cosa chiede un’impresa come la tua? Di che cosa hanno bisogno gli artigiani per non fallire?
“La certezza dei pagamenti.  Se questi non possono essere garantiti, chiediamo un dialogo diretto con INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate per gli eventuali pregressi causati dalle perdite. Tempi e modi congrui per rientrare dai conti correnti. Dialogo, disponibilità, collaborazione. Non siamo streghe da mettere al rogo, siamo persone che lavorano e producono.  Uomini e donne che hanno anche il diritto di sbagliare.”

Secondo te, imprenditori si nasce o si può imparare ad esserlo?
“Imprenditori si nasce. Lo si sente dentro perché siamo consapevoli di lavorare e vivere come trapezisti senza rete e nonostante tutto affrontiamo il rischio perché crediamo in ciò che facciamo.”

Serenella

Come nasce l’idea del libro? Raccontaci in breve la tua storia che poi è diventata un libro illuminante.
“Nasce come un diario che avrei voluto lasciare in un cassetto per i miei cari. Un giorno poi, se mai avessero avuto pietà di me perdonandomi per un eventuale gesto estremo, avrebbero compreso che la mia disperazione era tale da non lasciarmi scampo.
La mia azienda si è vista portare via dieci mesi di fatturato perché il cliente principale che avevamo ha fallito, per poi riaprire l’indomani sotto mentite spoglie lasciandoci pieni di debiti verso lo Stato. Hanno distrutto il lavoro di quarant’anni , costruito su valori quali onestà e impegno, prima da mio padre e poi da me e mio fratello.”

Nel tuo libro, così come nella tua ultima risposta, tocchi con una naturalezza agghiacciante il tema del suicidio o gesto estremo, come lo chiami tu. Ne parli come se fosse qualcosa di spaventosamente quotidiano. C’è chi con forza e coraggio non demorde e affronta i problemi tutti i giorni, ma c’è anche però chi non ce la fa. Chi molla. Chi – solo e disperato, impotente e umiliato  e schiacciato dal debito pensa all’insano gesto.
La crisi uccide imprenditori e disoccupati. Nel 2014 si sono tolte la vita 201 persone per motivi economici, erano 89 nel 2012. I suicidi raddoppiano. Cosa fare per tenere in vita gli imprenditori, per ricordare loro che questa non è una via d’uscita?
La solitudine è una compagna infida e corrosiva. La vergogna ammutolisce, la paura rende ciechi. Far finta di non vedere i problemi, li  rende i problemi  più distanti.
Dobbiamo parlare, dobbiamo chiedere aiuto, dobbiamo condividere le nostre esperienze e, senza esitare, mettere a conoscenza dell’altro le nozioni raccolte dalle nostre esperienze.
Pensi che la morte possa essere la soluzione per trovare pace. Ma pace per chi? Per noi che siamo martoriati , ma per chi lasciamo a piangerci sarebbe la disperazione più assoluta.”

Il tuo libro, a chi si rivolge?
“Si rivolge a tutti. Nel titolo ognuno può trovare il suo motivo per dirsi  “Io non voglio fallire”. Vi sono le vicende lavorative,  le incertezze di una lavoratrice che sa di essere una moglie e una mamma part- time. E di questo  si rimprovera da sola, mettendo in discussione ogni scelta. La necessità vince sul cuore. Sono le riflessioni di una donna non più giovane che si chiede dove ha vissuto per gran parte della sua vita.
Non è stato facile essere sincera, mettere a nudo anche le debolezze e le fragilità della mia persona, ma andava fatto perché – come dici tu –  ci sono persone che si uccidono e queste meritavano di essere raccontate nella più totale sincerità.
Non vi è depressione dentro le nostre vite, ma disperazione.”

Come vedi il tuo domani?
“Difficile, di grande fatica.  Adesso vedo un cielo nero fatto di nuvole minacciose che non lasciano scampo, ma voglio vedere  anche un filo di luce all’orizzonte.”

“Fallire” è un verbo che spaventa.  Il significato etimologico è “indurre in errore, sbagliare”. E’ saggio e onesto ammettere di non voler sbagliare, di non volere ingannare nessuno.  Eccolo qui il filo di luce che illumina l’orizzonte.