Simona Sparaco

Simona Sparaco, scrittrice nota al grande pubblico con “Nessuno sa di noi”- libro finalista al Premio Strega 2013, “ Lovebook” e “Bastardi senza amore”, ha regalato all’editoria italiana, e non solo, un altro lavoro. Un libro da pelle d’oca:  Se chiudo gli occhi (Giunti Editore). Titolo emblematico di un libro semplicemente bello. A tratti struggente. Intenso. Leggendolo, senza chiudere gli occhi,  perdi il senso del tempo e dello spazio e ti ritrovi lì, in viaggio con loro due.  Insieme ad un padre artista  e ad una figlia che ricompone la sua frammentarietà esistenziale durante un viaggio verso la mia terra, le Marche.
Un libro scritto talmente bene che molte delle frasi nate dalla creatività dell’autrice possono diventare “citazioni” universali, anche in campo artistico.

Simona, perché nasce “Se chiudo gli occhi”?

Nasce dall’esigenza di approfondire un percorso che oggi è comune a tanti, la ricerca di un’identità, in un mondo che cambia repentinamente faccia, dove le tradizioni si confondono nella globalizzazione, e dove si sta perdendo la capacità di chiudere gli occhi, appunto, per non fermarsi all’apparenza, e imparare ad ascoltarsi con maggiore autenticità.

Un libro che racconta un “irresponsabile” sentimento tra un padre assente e una figlia ormai grande, un rapporto che matura durante un breve ma illuminante viaggio destinazione Marche, precisamente verso Rocca e Foce di Montemonaco, la parte più lontana e intima della provincia ascolana. Che rapporto ha con le Marche?

Sono di origine anconetana, e poi, per casualità, le persone che più mi hanno seguito e appoggiato nel mio percorso artistico vivono intorno al monte Sibilla. Il libro è dedicato a loro, e sulla Sibilla io ci sono stata tante volte, ho provato ad ascoltarla, studiarla, capirla. Le Marche sono una regione “timida”, nel senso che forse non si sa valorizzare e promuovere come dovrebbe, ma c’è un sapore che la rispecchia e una sensibilità che l’attraversa da secoli. Da sempre m’incanta e rassicura. Ho sentito il bisogno di raccontarla. E poi sono partita da una sensitiva realmente esistita, marchigiana, tale Pasqualina Pezzola (veggente di Civitanova Marche – ndr), per scrivere il personaggio di Nora. Ne sentivo parlare quando ero bambina, sapevo che aveva la capacità di viaggiare con la mente e avevo paura che di notte mi venisse a svegliare. Sono anche le paure più ancestrali a dare una spinta alla nostra creatività.

Se chiudo gli occhi

Se chiudo gli occhi

Nel libro emerge la figura di un padre artista, con una sensibilità diversa e spesso lontana da chi l’arte la osserva ma non la pratica.  La figura del padre, oggi come oggi, secondo lei non viene messa troppo spesso in discussione dalla società moderna?

Persino il Papa recentemente ha parlato dell’assenza del padre. Non penso ci sia un senso d’irresponsabilità dilagante, ma è indubbio che si debba fare i conti con un’istituzione “famiglia” che ha cambiato il suo volto e con un mondo sempre più complesso e sfiduciato. I giovani di oggi sembrano aver perso una guida. Sempre meno certezze, molte più paure. Che tutto questo sia davvero solo colpa dei padri? Non penso. Alla fine volevo solo scrivere una storia, e non avevo intenzione di generalizzare o di fotografare un disagio sociale mentre tratteggiavo il personaggio di Oliviero. Ho solo ascoltato la mia voce interiore e mi sono lasciata andare.

Quanto conta per lei la famiglia?

Una bellissima famiglia può essere anche composta solo da due persone. Io credo nel tenersi per mano, nell’esserci sempre per le persone che amiamo. Famiglia per me vuol dire questo.

Il viaggio è l’altro grande protagonista del romanzo. Il senso del cammino da percorrere è evidente in molti passi del libro.  Viola  (la protagonista – ndr)  dice che “l’amore è un equilibrio instabile, che oscilla tra libertà e compromesso, e che chi ama cammina potente e traballante lungo un sentiero sottile e sempre incerto, ma senza mai voltare lo sguardo a chiedersi quale altra strada avrebbe potuto prendere”.  Possiamo parlare del viaggio inteso anche come metafora?

Certamente. Il viaggio è una metafora dell’esistenza.

Durante il viaggio di Viola e suo padre, è forte la sensazione di “attesa” che si prova leggendo la storia. E’ l’attesa della verità?

L’attesa di una verità che non verrà mai del tutto svelata. E’ sano che ci siano anche dei segreti tra le persone che si amano. Ho costruito una storia che lasciasse il lettore sempre un passo indietro, che lo facesse sentire un po’ “tagliato fuori”, perché è così che ci fa sentire spesso la vita.

Simona Sparaco

Simona Sparaco

Per concludere, sta girando in lungo e in largo la nostra penisola per presentare “Se chiudo gli occhi”. Qual è la domanda più frequente  che le fanno i lettori (o futuri tali) quando la incontrano?

Perché “Se chiudo gli occhi”.
Perché per scrivere questo libro ho davvero chiuso gli occhi. A un certo punto della mia vita di scrittrice ero finita lontana da me stessa e dai Sibillini, sia quelli reali tra le Marche e l’Umbria, sia quelli che esistono dentro di me, e avevo bisogno di riascoltare la mia voce interiore per dare inizio al mio personalissimo viaggio.

Alla fine di questo post mi e vi domando, cosa ci portiamo a casa da questa intervista?
Sicuramente la conoscenza di una delle scrittrici più talentuose del panorama letterario italiano, e poi la voglia di imparare da Viola, la protagonista del romanzo, a non dare nulla per scontato. A chiudere gli occhi, ogni tanto, fermarci a guardare realmente dentro di noi, alla ricerca della nostra autenticità. Possiamo farlo. Per noi, soprattutto.
Buona lettura.