Ricordate il discorso che fece Rori Gilmore di “Una mamma per amica” alla cerimonia del Diploma? Chi è della mia generazione sicuramente si.
Davanti ad insegnanti, colleghi studenti, famiglia e amici pronunciò queste parole:

“Io abito in due mondi, uno è quello dei libri… È un mondo gratificante. Ma il mio secondo mondo è più gratificante. È pieno di personaggi meno eccentrici, però molto più veri, fatti di carne ed ossa, pieni di amore
e sono le vere ispirazioni per tutto il resto.”
Perché ho riproposto questo passaggio tratto dalla nota serie Tv? Perché leggendo il romanzo “Una volta è abbastanza” (Rizzoli) di Giulia Ciarapica e seguendola sui social, è quello che mi è arrivato.

Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica, edito da Rizzoli

La nota e vulcanica book blogger marchigiana Giulia ha saputo raccontare con il cuore ma anche con tanta maestria linguistica, mixando bene italiano e dialetto, le nostre belle Marche. Siamo una regione al plurale non solo nel nome ma anche nei vari modi di parlare, nelle diverse culture campagnole e nei diversi distretti industriali. Da Pesaro ad Ascoli passando per Ancona, Macerata e Fermo siamo tanto diversi, forse anche per questo complicati. Credo che le Marche sia una regione un po’ sottovalutata sotto tanti aspetti sui quali però non mi voglio dilungare. Eppure ci accomunano la nostra storia, le nostre tradizioni. Il fare dei nostri nonni e bisnonni, i “vecchi de casa”, la capoccia e il capo famiglia. Siamo una regione famigliare e innamorata delle sue radici. Non a caso ancora vantiamo tante sagre che ricordano le vecchie tradizioni di una volta, dal cibo al divertimento sano e genuino di un tempo.
Non starò qui a fare il riassunto del libro perché merita di essere letto, ma vorrei come mia prassi nel blog, andare un po’ nel “backstage” della storia, ambientata a Casette d’Ete  – dove vive l’autrice – e che racconta la vita vera che si snoda in un contesto ben preciso che di quel territorio ne è cuore pulsante: il distretto calzaturiero. Uno dei motivi per cui le Marche sono famose nel mondo.

Giulia Ciarapica

Cara Giulia, come hai fatto a convincere (passami il termine) Rizzoli a puntare su una storia del tutto marchigiana? Non è un target abituale. Ovvio poi che è risultata una mossa vincente, ma da dove ha avuto inizio questa avventura?
A dire il vero l’idea iniziale è venuta proprio a Rizzoli, o meglio: quando ho incontrato il responsabile della narrativa italiana abbiamo ragionato proprio sul fatto che volessimo raccontare la vita di provincia, ed in particolare quella delle Marche, un territorio che in pochi conoscono soprattutto a livello letterario. Ironia della sorte, poi, proprio quest’anno le Marche sono state la regione ospite al Salone Internazionale del Libro di Torino, dunque siamo arrivati proprio nel momento giusto! Volevamo parlare sì di famiglie, sì di provincia, ma appunto volevamo in particolare focalizzare l’attenzione sulle basse Marche – da cui provengo e in cui attualmente vivo – e sul lavoro dei calzolai, visto che proprio questa zona si contraddistingue per la produzione di scarpe di altissima qualità. Il lavoro e le calzature sono infatti il fulcro di tutta questa piccola grande storia nostrana.

E tu, quando hai capito che avevi tra le mani un gioiello di storia come “Una volta è abbastanza”, in cui tante vite comuni ma con grandi potenziali si intrecciano creando un bel romanzo?
Ci rimuginavo da un po’, in realtà. Sognavo pensando che un giorno mi sarebbe piaciuto raccontare la storia dei miei nonni materni – che sono appunto Valentino e Giuliana, due dei protagonisti del romanzo – e il percorso che li ha portati alla realizzazione della Valens, azienda che si è sempre occupata della produzione di scarpe da bambino e neonato. Quando poi è arrivata la chiamata dall’editore… Beh, ho capito che era il momento giusto per mettere sul piatto questa idea. C’è stata una bella sinergia, una bella magia, ecco. Incontri fortunati, idee che covavo da tempo, un desiderio che ha preso forma nel momento giusto.

Quanto lavoro c’è stato nella ricerca dei dettagli, dalle vicende dei personaggi ai fatti storici che hanno coinvolto quella parte di Marche?
Ho lavorato relativamente poco, in realtà, perché tante delle informazioni sui fatti storici, fino ad arrivare ai più piccoli, insignificanti particolari che riguardano la vita degli abitanti di Casette d’Ete dal secondo dopoguerra in avanti, le avevo già ampiamente assorbite durante le lunghe chiacchierate con i miei nonni. Con loro passavo gran parte del mio tempo libero, amavo ascoltarli e farli parlare, volevo che mi descrivessero luoghi e tempi lontani dal mio e che avevano avuto l’opportunità di vivere in prima persona. Da grande nostalgica quale sono, i loro racconti erano oro per me. Dopodiché, ho dedicato un mese intero alla progettazione del romanzo: questo tempo mi è servito per riordinare i ricordi che già avevo immagazzinato, per ascoltare anche i ricordi di mia madre e di mio zio, ossia i figli dei miei nonni, e poi per fare qualche ricerca storica in biblioteca, consultando anche le pagine dei quotidiani dell’epoca, dalla Voce Adriatica al Messaggero. Il lavoro più grande l’ho fatto quando era giunto il momento di ricostruire le modalità di lavorazione delle scarpe e la descrizione degli strumenti che venivano usati: mi sono avvalsa soprattutto della testimonianza diretta di molti artigiani di Casette d’Ete, in gran parte ormai in pensione.  È stato appassionante e molto divertente.

Nel libro racconti di uomini e di donne forti, in particolare le due sorelle Annetta e Giuliana. Due vite diverse, due orizzonti altrettanto diversi ma legati da un unico amore, Valentino. Di questo tira e molla, dell’amore e odio tra le due sorelle hai raccontato molto e in modo piuttosto avvincente. Sei riuscita a dare il giusto peso alle emozioni anche quando hai toccato un tema delicato, inevitabile a quei tempi ma anche oggi, quello della maternità. Quella desiderata ma ingombrante per una donna in carriera come Giuliana ma anche la maternità persa per Annetta. (Ci sono passata e, credimi, ho pianto e mi sono arrabbiata esattamente come Annetta). Hai trovato le parole giuste per descrivere esattamente come ci si sente quando si perde un figlio che porti in grembo. Nonostante gli anni di differenza tra oggi e il 1949, il tuo libro è strettamente contemporaneo e attuale. Come sei riuscita ad entrare negli stati d’animo dei tuoi personaggi?
Bella domanda. Dico sempre che, secondo me, si finisce per scrivere di tutto quel che si conosce meglio, o che si è sperimentato da vicino. Mi sono resa conto che non è poi del tutto vero. Non ho figli, anche se li vorrei, e non ne ho mai perso uno, eppure il tema della maternità è uno dei miei argomenti più cari. Forse perché sono figlia di una madre che mi ama alla follia, forse perché sono figlia di una madre che amo alla follia, forse perché sono figlia di una madre che la maternità me l’ha sempre spiegata tanto, a parole e a gesti, e mi ha fatto capire cosa significhi avere un figlio. Entrare nel cuore e nella mente dei propri personaggi non è sempre facile, soprattutto se cerchi di descrivere i sentimenti e gli stati d’animo di gente realmente vissuta, che ha avuto un suo carattere e un codice comportamentale specifico. Forse, in certe occasioni, ci sono riuscita perché ho provato a mettermi nei loro panni, senza pensare che fosse tutto una mia creazione: mi sono detta “loro sono esistiti davvero e sono davvero passati attraverso queste esperienze. Ricorda ogni sfaccettatura del loro carattere e scrivi”. Ecco, ho provato a fare questo. Credo mi abbia aiutato anche il mio essere fortemente empatica.

C’è un personaggio al quale sei maggiormente legata?
Certamente. Ed è Annetta. Perché è la donna a me più vicina, la donna forte e fragile al contempo, lo spirito selvaggio che non ha paura di nulla e che si scaglia addosso al futuro. Lei non lo attende, né lo abbraccia. Lo addenta. Per certi versi le somiglio, e non ti nego che la cosa mi spaventa un po’, perché Annetta fu una donna di successo ma fu anche una persona molto sola. 

Una rivoluzione linguistica portare con orgoglio il dialetto marchigiano alla ribalta nazionale. Solitamente è oggetto di scherno, specialmente quello verso la parte sud delle Marche. Invece tu gli hai fatto onore.
L’uso del dialetto ha reso giustizia alla società del tempo ma anche a quella attuale. Era inevitabile, il dialetto è vivo e in certi casi ancora oggi è molto più espressivo della lingua italiana.
Il dialetto è di fatto una variante della lingua, dunque una lingua vera e propria. E come tale, è uno strumento attraverso il quale si riconosce l’identità di un popolo. Per questo ho creduto fosse necessario utilizzarlo, oltre al fatto che volevo restituire veridicità e tridimensionalità ai calzolai marchigiani di Casette d’Ete del secondo dopoguerra. Molti non avevano che la seconda elementare: avrebbero mai potuto utilizzare un italiano impeccabile o forbito? Ovviamente no.

“Una volta è abbastanza” è solo al primo gradino di una scala letteraria destinata a crescere. Sta già portando a casa numerosi riconoscimenti. Puoi anticiparci qualcosa sul proseguo della storia? Come si evolveranno i protagonisti del romanzo?
Non posso spingermi troppo oltre ma posso dirti che il secondo volume sarà più corposo del primo e che l’intreccio tra le storie dei singoli personaggi, dunque le vicende famigliari, si alterneranno e si intrecceranno ancor di più con il filone professionale e lavorativo, perché quella delle scarpe è un’industria destinata a crescere molto. Posso anticiparti, comunque, che ci saranno nuovi personaggi, che i ragazzi della famiglia Verdini cresceranno, e che la storia di Rita avrà un epilogo mozzafiato.